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Alcuni stralci della critica
Anno 2008

Considerando i dipinti di Matteo Lama siamo proiettati in un’altra dimensione, al di là della storia, in uno spazio inabitabile per i comuni mortali, nella rarefazione o nell’assenza del tempo. Siamo condotti nell’antico e suggestivo mondo del mito. Il viaggio, raccontato tramite le proprietà cromatiche, è nuovo, interessante, ma ancor prima di enunciare alcuni dei molteplici motivi di esso è opportuno considerare almeno fugacemente lo stile, che è da allineare al genere figurativo perché le immagini sono subito leggibili e godibili. I contenuti attestano sicurezza è proprietà nel disegno, le quali conseguono al talento e all’esercizio quotidiano, denotano acuta sensibilità nell’uso della tavolozza. È un artista, Matteo Lama, che per la preparazione tecnica e per la bravura suscita ammirazione.
Questi quadri propongono: costruzioni architettoniche, personaggi, panorami, sospesi negli spazi celesti, nelle lontananze della mente, nelle vertigini dell’immaginazione. Vediamo cariatidi, divinità d’altri tempi dalle membra marmoree. Sono scolpite dal pennello. Hanno consistenza litica eppure sono lievi, levitano dove galleggiano altri mondi e l’aria è nitida, così trasparente da non offrire resistenza alla vista.
Spesso i surrealisti del nostro tempo dipingono figure tetre e angoscianti, scheletri di alberi e ambienti desolati. Comunicano tristezza. Il nostro, invece, trasmette un certo sentimento di piacere. I colori sono luminosi e sereni, la loro ariosità è carica di silenzio, sembra sempre che nella scena del quadro stia per avvenire qualcosa di inatteso, un evento nel regno del sogno o della fantasia, dove tutto è possibile.
Nelle opere insiste una forte tensione tra movimento e immobilità. Le nuvole, tenui e vaporose, trascorrono variando nelle modulazioni del bianco, del grigio, dell’azzurro. Ma nello stesso tempo danno la sensazione d’essere ferme per fare da sfondo alla veduta o meglio, alla visione. Le posture dei soggetti suggeriscono il movimento e le lunghe vesti calano in volute, linee e pieghe continue. D’altra parte, però, sono uomini e donne di pietra, fermi sui loro piedistalli in un angolo di cielo.
(Tratto dalla recensione critica di Maria Lucchi apparsa sulla rivista “PRAXIS ARTISITCA” pag. 51, anno 2008.)

 
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